• La torre del porticciolo
  • Cronistoria delle principali scoperte
  • Cosa sono i fossili?
  • Come si forma un fossile
  • Il periodo permiano


La torre del Porticciolo, Torre del Portitxol in catalano algherese, fu costruita nella seconda metà del XVI secolo dai corallari di Alghero che avevano un piccolo approdo dove riparavano le barche di stazza ridotta nella spiaggia del Portitxol. La torre era in posizione ottimale per monitorare le zone circostanti, con una altezza sul livello del mare di 48 metri grazie alla sua struttura di circa 10,60 metri sommata all’altezza delle rocce sulle quali sorge. Queste rocce, dal colore rossastro, ci raccontano una storia molto più antica, vecchia di centinaia di milioni di anni, quando le terre emerse erano dominate da animali vissuti prima dei dinosauri.

La torre del Porticciolo fa parte del parco naturale di Porto Conte e dell'area naturale marina protetta Capo Caccia - Isola Piana, nella regione della Nurra (Sardegna nordoccidentale). Per i geologi, questa regione è di grande interesse perché presenta affioramenti rocciosi ben esposti, che vanno dal Permiano, l'ultimo Periodo dell'Era Paleozoica, alla metà del Triassico, primo Periodo dell'Era Mesozoica. Si tratta di stratificazioni di rocce sedimentarie di origine non marina (continentale), intercalate a depositi vulcanici, che nascondono al loro interno tracce di vita del passato.



La successione di rocce continentali Permiane e Triassiche della regione della Nurra è nota nella letteratura scientifica dall’inizio del ventesimo secolo.

Negli ultimi decenni si sono susseguiti numerosi studi stratigrafici e sedimentologici. Per un lungo periodo, gli unici fossili rinvenuti sono stati resti di micro- e macroflora, da quelli più antichi permiani della Formazione Punta Lu Caparoni a quelli triassici delle Arenarie di Cala Viola. Nel nuovo millennio si sono scoperte nel sottosuolo numerose tracce, lasciate dalle radici delle piante o da una grande varietà di pancrostacei, sotto forma di tane e cunicoli.

Dal 2008 lo scenario è cambiato radicalmente, con la scoperta di resti ossei di vertebrati, appartenenti al gruppo dei sinapsidi, nella formazione di Cala del Vino a Torre del Porticciolo. Essi sono un grande caseide, poi chiamato Alierasaurus ronchii e uno sfenacodontide, ancora in fase di studio.

Da allora, Sapienza Università di Roma, Università degli Studi di Pavia e Associazione Paleontologica Paleoartistica Italiana, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Sassari e Nuoro, organizzano sistematicamente campagne di prospezione e setacciatura del detrito, con importanti risultati per la paleontologia.

Oltre ai resti di grandi vertebrati, nel 2019 sono state scoperte anche impronte riferite a Merifontichnus, tradizionalmente attribuite a sinapsidi terapsidi o a rettili captorinidi. Nel 2020 le orme di due tetrapodi triassici, Rhynchosauroides e Rotodactylu
sono state ritrovate su due blocchi di arenaria divenuti parte del muro di cinta di un campeggio. Nel 2023 il gruppo di lavoro ha individuato nuove impronte: la ricerca continua.

Per un approfondimento sulle scoperte sopracitate, scarica qui la lista delle pubblicazioni scientifiche.

I fossili sono resti di organismi vissuti in epoca anteriore alla nostra, così come anche prodotti del loro ciclo vitale e ogni altra testimonianza della loro esistenza. Ossa e denti, gusci, conchiglie, ma anche uova, nidi e tane, orme, contenuti dello stomaco ed escrementi - i cosiddetti coproliti - sono esempi di fossili di origine animale; di origine vegetale sono invece fossili come tronchi, foglie, semi, granuli di polline e resina, quest’ultima giunta fino a noi solidificata sotto forma di ambra.

I fossili si sono conservati fino a oggi all'interno delle rocce sedimentarie, cioè quelle che si sono originate a partire dal lento accumulo di strati di materiali organici e inorganici detti sedimenti. Non si trovano invece in altri tipi di rocce che si formano in condizioni di calore e di pressione tali da pregiudicare la conservazione di qualsiasi resto.

La parola fossile deriva dal latino fodere che significa "scavare". I fossili, infatti, vengono scavati fuori dalle rocce e riportati alla luce, a opera dell'uomo o della natura stessa per fenomeni di erosione.

Ogni fossile è un tesoro inestimabile e ci racconta soltanto un frammento del nostro passato remotissimo: infatti, al contrario di ciò che possono indurci a pensare scoperte paleontologiche sempre più sensazionali, la fossilizzazione è un fenomeno rarissimo, che avviene unicamente con la concomitanza di molte circostanze favorevoli. Quali? Essenzialmente, affinché le spoglie di un organismo si possano conservare allo stato fossile, la condizione fondamentale è che esse vengano sottratte in tempi brevissimi all’azione degli agenti distruttori: questo accade in situazioni particolari, ad esempio quando i resti si depositano in ambienti acquatici con fondali poco ossigenati e vengono sepolti rapidamente da sedimenti molto fini.

Con un balzo indietro nel tempo, nel Permiano di 270 milioni di anni fa, la storia di un alierasauro il cui scheletro è arrivato a fossilizzarsi può esemplificare i complicati processi – chiamati “tafonomici” in gergo specialistico – che intercorrono tra la morte di un organismo e il suo ritrovamento allo stato fossile.

  • Sulla riva di un lago, nella terra che oggi chiamiamo Sardegna, un alierasauro muore. I resti della carcassa, lasciati dai predatori, vengono ricoperti dall'acqua; nel contempo le parti molli residue di pelle, muscoli e organi interni vengono attaccate da microrganismi che le decompongono.

     

  • Le parti più dure ancora intatte, come le ossa e i denti, vengono ricoperte da uno strato di sedimenti - fango, sabbia e granuli minerali - trasportati dalle acque correnti e dal vento; questo strato di protezione impedirà la decomposizione.

  • Con il passare del tempo altri strati si accumulano uno sopra l'altro, mentre quelli inferiori si compattano e si cementano, trasformandosi gradualmente in roccia con un processo detto “litificazione”.
  • L'acqua, percolando, deposita nei pori e nelle cavità delle ossa i granuli minerali presenti nel sedimento, rinforzandole e appesantendole; anche i minerali che compongono le ossa stesse possono essere via via sostituiti, finché l'osso stesso non si trasforma in pietra.

  • A causa dei movimenti della crosta terrestre, le rocce contenenti le ossa ormai fossilizzate si sollevano e, al posto dell'antico fiume, si forma una collina; le rocce che non sono nascoste sotto altre rocce o vegetazione, suolo, acque, ghiacciai, costruzioni sono dette “esposte”.

  • Le rocce esposte vengono erose, cioè "mangiate", dalla pioggia e dal vento e sgretolate dall'azione delle radici degli alberi, fino ad arrivare allo strato contenente il fossile; il fossile torna così alla luce e aspetta che qualcuno lo trovi!

didascalia teca fossili Alierasauro

Ricostruzione scheletrica di Alierasaurus ronchii, in vista dorsale e laterale. Sono evidenziate in giallo le ossa originali esposte e in rosso le altre ritrovate. Le parti sconosciute, tra cui il cranio, sono state disegnate sulla base delle forme affini, come il caseide Cotylorhynchus del Nord America.

didascalia teca fossili Sfenacodontide

Ricostruzione scheletrica dello sfenacodontide di Torre del Porticciolo, in vista laterale. Sono evidenziate in rosso le ossa ritrovate, tuttora in fase di studio. Sono esposte in vetrina le repliche dei reperti più significativi, digitalizzati e poi riprodotti tramite stampa 3D. Le parti sconosciute sono state disegnate sulla base delle forme affini, come Sphenacodon del Nord America.

Benché i resti scheletrici siano quelli che più colpiscono l’immaginario collettivo, le rocce sedimentarie del Permiano della Nurra sono importanti anche per aver conservato numerosissime tracce fossili che aiutano a ricostruire gli antichi ecosistemi. Si tratta di impronte lasciate in superficie dalle camminate di vertebrati e invertebrati, nel sottosuolo dalle radici delle piante o da costruttori di tane e cunicoli, come i pancrostacei (il gruppo di artropodi che comprende gli esapodi e quelli che comunemente chiamiamo crostacei).

Per esempio, autori delle tracce chiamate Camborygma (A) sono i gamberetti fantasma, oggi veri ingegneri dell’ecosistema marino, mentre le tracce Ophiomorpha (B) sono quelle lasciate da gamberi d’acqua dolce. Si può dunque ipotizzare che la diversificazione di questi due gruppi sia da far risalire al Permiano, cominciata in ambienti che condividevano. Treptichnus (C) sono invece i cunicoli scavati da coleotteri amanti del fango.

Tra le orme di vertebrati terrestri che si rinvengono nel Permiano le più comuni sono:

  • Batrachichnus lasciate da piccoli anfibi (D) simili nell'aspetto a salamandre o ai primitivi Xenobrachyops;
  • Limnopus prodotte da grossi anfibi (E) come il temnospondylo Eryops (stadi larvali di questi anfibi, un tempo collocati nel proprio genere “Branchiosaurus”, sono stati rinvenuti sempre in Sardegna, a Perdasdefogu);
  • Dromopus di cui sono probabili autori rettili dall’aspetto lacertiforme (F) come gli Areoscelidi;

Merifontichnus forse attribuibili a un Terapside basale o a un rettile Captorhinidae (G).